Fondazione L'Arsenale

Davide Paoletti

Pubblicato il Pubbl. il 10.05.2023

Brescia Temporanea

Fare i conti con il rurale

Scoprire nel fogliame di un leccio le coordinate culturali delle relazioni umane? Alla Fondazione L’Arsenale di Iseo nove artisti apprendono dalla natura nuove forme d’espressione artistica.

Lucia Cristiani, Courtesy the artist and the gallery, Ph: Giacomo Alberico

Dal 29 aprile all’11 giugno

 

Scoprire nel fogliame di un leccio le coordinate culturali delle relazioni umane? Alla Fondazione Arsenale di Iseo nove artisti apprendono dalla natura nuove forme d’espressione artistica. Dimenticate il mito del buon selvaggio, l’uomo lontano dalla società che vive sereno immerso nella natura, da troppo tempo presente all’interno della nostra letteratura e ormai poco più che un’utopia nella mente dell’ultimo tecnofobo. Semplicistico ne sarebbe il concetto, impossibile e fuori tempo massimo la sua messa in pratica data l’era post-umana tecnofila in cui deliberatamente ci muoviamo.

 

L’idea del buon selvaggio e di questa terra chimerica, lontana dalla corruzione, non rappresenta altro che un ideale, e il suo mito è un sogno su cui la società si ripiega quando l’insoddisfazione data dai suoi progressi si ripresenta. Lontano da questa proiezione retrograda ci porta Fare i Conti con il Rurale, la mostra curata da Arnold Braho con la partecipazione di Camilla Remondina alla Fondazione Arsenale di Iseo in collaborazione con The Address Gallery.

 

Nata come panoramica sul lavoro svolto dalla galleria, tanto quanto sulla ricerca personale del curatore: il rurale in analisi è ben lontano dal concetto puramente romantico, poiché perfettamente condizionato dalle situazioni sociopolitiche che contribuiscono quotidianamente a ridefinirne i confini. Proprio come nel Barone Rampante, libro caro a Braho, si ripete più volte che per guardare bene la terra ci si debba tenere a necessaria distanza da essa.

 

Con il rurale, quindi la natura, si possono fare i conti solo se si è pronti a cambiare la prospettiva con cui ci si interfaccia con essa. Troppo spesso abituati ad osservare la natura frammentata dai nostri stessi processi di decodificazione, tendiamo a concepirla come altro rispetto a noi e quindi a complicarne il modus operandi conoscitivo. Il rapporto che invece scaturisce tra gli artisti esposti e quest’ultima è caratterizzato dalla volontà di comprenderne le varie modalità di espressione.

Marina Cavadini, Courtesy the artist and the gallery, Ph: Giacomo Alberico

Lucia Cristiani presenta nei suoi dialoghi scultoreo-installativi l’intervento del tempo e l’alterazione della materia per fuggire, almeno in parte, al passaggio di quest’ultimo. A parlare sono gli attrezzi folkloristici della campagna, ritrovati dopo il loro abbandono, qui in conversazione con le radici e i fiori che solitamente servono a estirpare. Questi però vengono strappati dalla loro fragile natura stagionale e galvanizzati, quindi consegnati all’eternità dei metalli.

 

Nicola Ghirardelli indaga la matericità con uno sguardo ecologico realizzando artefatti frutto della combinazione tra saperi antichi, simboli disusati e strumenti da sempre presenti sul luogo della ricerca.

 

Edoardo Manzoni, invece, sintetizza il complesso rapporto tra l’uomo e l’animale attraverso il tema della caccia: celata la violenza previa l’astrazione dell’atto finale, nei suoi lavori è forte il legame con gli ambienti bucolici dell’infanzia e la figura del contadino, custode della relazione empatica tra umano e animale.

 

Oliviero Fiorenzi è un’artista che ha sempre posto al centro della sua ricerca i fenomeni atmosferici in quanto attivatori di meccanismi poetici. Nella sua ultima personale presso la galleria (Leggi Gli Otto Cieli di Oliviero Fiorenzi: l’artista fanciullino e il gioco del vento) ha raccontato di otto aquiloni, dei loro volteggi nell’aria e dei paesaggi che creano collaborando col vento.

 

Edoardo Caimi lavora creando cortocircuiti tra il naturale e l’industriale producendo un immaginario all’interno del quale all’apocalisse si può sopravvivere infondendo nel fruitore un fascino per il survivalismo.

 

In Alice Faloretti il paesaggio, in subbuglio, è il luogo dove indagare il rapporto tra l’uomo e l’ambiente che lo circonda. Le forme fluide testimoniano un continuo divenire, una metamorfosi sempre in atto grazie all’agire degli agenti atmosferici, proprio com’è la nostra relazione con la natura.

 

Nei lavori di Giorgio Mattia tiranti di ferro e cartone costituiscono le strutture brutaliste proto-architettoniche a sostegno delle miniature finemente tratteggiate a grafite di fragili paesaggi che il tempo muta inesorabilmente.

 

La natura in Manuel Gardina è invece oggetto di una sintesi tecnologica, attraverso il dialogo tra l’immaginario estetico organico e quello digitale l’artista è in grado di simulare il movimento degli elementi vegetali indagati nella sua ricerca artistica.

 

È un atto di resistenza quello che la materia organica inanimata mette in atto per la sopravvivenza nelle opere di Marina Cavadini. Che si tratti della resiliente Ammophila Arenaria, pianta erbacea che per sopravvivere crea un rapporto solidale con la duna sabbiosa che la ospita, o di altri esempi ecologici, la natura che Cavadini racconta non è quella pura e incontaminata, ma quella che resiste e combatte i domini altri.

 

Sono molteplici le ricerche portate avanti nelle opere esposte attraverso media e linguaggi differenti, ma l’intento finale è molto più simile di quanto si pensi: farsi natura. Non replicandone pedissequamente la forma, ma allineandosi al modo in cui essa si relaziona col tempo e la memoria nella costante rivoluzione che è la contemporaneità.

 

Fare i Conti con il Rurale riesce a riconoscere la potenza, l’influenza che la natura, quindi non solo l’ambiente agreste, ha sulla nostra quotidianità e quanto sia essenziale avere un dialogo continuativo con essa, in quanto luogo di produzione del contemporaneo e del domani.